La lotta degli operai sardi: “Ineos Films” occupata !

Per uscire dalla crisi entrare nella lotta!

di Federico Angius

Il deserto delle fabbriche chiuse

Quando arriviamo nella zona industriale fa un caldo bestiale e non è solo per la temperatura che si soffoca: attorno a noi, che siamo venuti per un volantinaggio, c'è un deserto di fabbriche chiuse. L'ultima volta erano aperte e funzionanti, oggi desolatamente chiuse. L'erba alta dietro i cancelli e gli enormi parcheggi vuoti soffocano la coscienza, grandi cartelloni, alti venti metri, dicono semplicemente – VENDESI – e campeggia un numero telefonico che, nove volte su dieci, ha un prefisso non sardo.
L'itinerario cambia bruscamente perché nella zona prevista non ci sono più fabbriche aperte: hanno tutte chiuso, senza alcun preavviso, alcune senza un minuto di sciopero, altre già affrontano amaramente la rotazione della cassa integrazione, veleno temibile per il risveglio della lotta di classe. Ci ricordiamo ancora, sorridendo con nostalgia, che l'ultima volta che abbiamo volantinato, davanti alla “Bridgestone”, gli operai sono usciti incontro a noi: un piccolo gruppo che ci aveva confessato di pensare che fossimo topi d'auto o, peggio, promotori di finanziarie usuraie. Quando avevano capito che siamo compagni di un Partito si erano detti sorpresi: “Ormai qui – dicevano – vengono solo ladri e piazzisti, di partiti o sindacati nemmeno l'ombra da vent'anni”.
Alla Bridgestone oggi hanno ridotto l'orario per evitare la chiusura, ma il provvedimento annuncia ben più seri tagli, in futuro.
Dopo il consueto giro, e le chiaccherate con i turnisti e i giornalieri smontanti, decidiamo di dirigerci verso una fabbrica d'automobili, ma sbagliamo strada. La zona industriale è un vero e proprio labirinto e dopo diverse deviazioni per ritrovare la strada giusta, ci ritroviamo davanti ad una fabbrica tappezzata di striscioni e bandiere, con ai cancelli un capannello d'operai in tuta o in borghese che discutono animatamente.


La decisione degli operai: occupazione della Ineos!

La fabbrica è l'INEOS d'Assemini (Comune nel qual è compresa l'area industriale a ridosso di Cagliari). Gli operai in cassa integrazione, che scade a febbraio 2010, sono fuori ad aspettare i giornalisti di stampa e televisione, mentre dentro si tiene un'assemblea con i vertici sindacali, per decidersi il da farsi.
Hanno deciso di occupare e di andare avanti nella lotta già da diversi mesi, quando i nuovi proprietari anglo-americani, dopo avere prosciugato i bilanci di un'azienda sempre florida e produttiva e con i conti a posto, che produce tra le altre cose pellicole per cibi e alimenti, carte di credito e sostegni per abiti, hanno annunciato l'intenzione di chiudere.
Ci spiegano che i vertici aziendali ricattano sindacati e governo regionale i quali propongono di far acquisire l'azienda da una società finanziaria regionale, chiedendo un indennizzo di molto superiore ai meriti della loro gestione, altrimenti chiudono e mandano a casa tutti.
E loro, gli operai, oltre cento, stanno nel mezzo di questo mercanteggio che ha come base d'asta la loro vita, il loro posto di lavoro, la loro dignità. Ma non si accontentano della parte che è stata loro assegnata in questo teatrino bipartisan (le operazioni d'asta iniziate con il centrosinistra, dopo il tracollo elettorale di Soru, continuano con il centrodestra che gioca a promettere molto e mantenere il meno possibile) e salgono sui silos, li abbelliscono con le bandiere e gli striscioni.
Intanto qualcuno di loro denuncia la grave situazione che già colpisce le famiglie. Con la cassa integrazione arrivano meno soldi e ora, con i figli da mandare a scuola e i mutui da pagare (giacchè le banche se ne fregano dei cosiddetti tavoli tecnici e dei protocolli d'intesa), è quasi un miracolo far quadrare i conti. Quei conti che l'azienda ha invece occultato per anni, sfruttando l'alta produttività dei lavoratori per eroderla pian piano fino alla chiusura.
Mentre raccontano alcuni hanno gli occhi lucidi, altri sguardi di fuoco e rabbia, un operaio ci racconta la fine delle fabbriche vicine elencandole mentre indica, lentamente con il dito, la loro posizione. E volgendo lo sguardo le vediamo e le associamo a quello che si sta dicendo sulla loro sorte: “Questa davanti a noi – dice – faceva strumentazioni radar per aeroplani, un fiore all'occhiello dell'intera zona industriale”; e continua il triste resoconto delle dismissioni che ha reso l'area tutt'intorno alla loro fabbrica un deserto di fabbricati giganteschi e vuoti.
Solo il capannone a fianco di una ditta di trasporti è ancora aperto.


Una grande mobilitazione dal nord al sud

Tra le tante denuncie un'isolata, ma interessante idea, affiora dalle labbra di uno di loro, che afferma che ci vorrebbe un'unica grande mobilitazione dal nord al sud dell'isola, che collegasse le diverse realtà in lotta e le trasformasse in un movimento realmente al servizio dei loro interessi.
Parole giuste, come dargli torto? Eravamo venuti per questo, pensando di dover essere noi a stimolare il risveglio, nei lavoratori, del senso della lotta di classe, e abbiamo trovato loro che con semplici e incisive proposte ci insegnano la validità dell'insegnamento marxista sull'unità dei lavoratori come base di partenza della lotta. C'è bisogno, però, di un partito rivoluzionario per rappresentare e costruire una valida alternativa. Il partito, strumento indispensabile affinché la lotta intransigente degli operai arrivi al suo scopo.
Dopo un confronto di un'ora sotto il sole cocente, andiamo via perché debbono tornare in assemblea. Sulla strada lo scenario della crisi industriale è chiaro e visibile nei palazzoni in disuso, ma nelle nostre coscienze si stampa l'immagine di quegli operai che non si rassegnano ed anzi prendono in mano il loro futuro con la lotta.
Certo sulla strada della lotta si nascondono ostacoli infidi e aspri: la burocrazia sindacale , spesso intenta a trafficare, barattare e, soprattutto, scoraggiare i lavoratori e poi i dirigenti riformisti a fare gli strilloni o i croupiers di un gioco d'azzardo dove la posta in gioco non è il loro posto in parlamento, o il loro stipendio, ma il destino del proletariato che segue, attonito, le fasi del gioco sporco.
I milioni di euro regalati dal governo berlusconi ai padroni dell'industria sarda hanno innescato il processo inverso all'uscita dalla crisi, affondando ancora di più le sorti delle fabbriche i cui capi strapagati hanno preso
i soldi e non hanno riaperto.


Oggi come ieri: la necessità delle medesime parole d'ordine

E' indispensabile rilanciare le parole d'ordine del controllo operaio di tutte le fabbriche (in crisi e non) senza indennizzi agli sfruttatori e far capire l'attualità e la possibilità di un tale proposito, senza avere paura di avanzarle ai sempre più numerosi lavoratori in lotta che si trovano alla deriva, senza direzione politica e sindacale.
“I padroni e i loro avvocati dimostreranno che queste rivendicazioni sono “irrealizzabili”. I più piccoli, soprattutto i capitalisti in rovina, faranno anche riferimento ai loro bilanci. Gli operai denuncino fermamente queste conclusioni e queste argomentazioni.(…) Se il capitalismo è incapace di soddisfare le rivendicazioni che inevitabilmente sorgono dai disastri che esso stesso genera, allora che perisca. La ‘realizzabilità' o ‘irrealizzabilità' è, nel caso in questione, un problema di rapporti di forza, che può essere deciso solo con la lotta. Mediante questa lotta, indipendentemente dal suo successo pratico immediato, gli operai arriveranno a comprendere meglio la necessità di liquidare la schiavitù capitalista” (Trotsky - Il Programma di transizione).
Del resto in Sardegna, come nelle altre parti d'Italia, la crisi ha messo in luce interamente l'inadeguatezza del centrosinistra e della sinistra cosiddetta “radicale”, che si esplica nella proposta di un nuovo piano di rinascita che consisterebbe in un intervento pubblico della regione per collaborare con i padroni, come se non bastassero la pioggia di denari già perpetrata e le centinaia di accordi quadro con le parti industriali. Praticamente un modo subdolo di fare da mediatori nel processo di sfruttamento del proletariato. Il tutto condito da abbondanti riconoscimenti economici. Vale a dire far pagare un congruo riscatto per liberare gli ostaggi della crisi (e non dalla crisi!): i lavoratori.
“La differenza tra queste rivendicazioni (le rivendicazioni rivoluzionarie N.d.R.) e la confusa parola d'ordine riformista della ‘nazionalizzazione' sta in questo: 1) noi rifiutiamo l'indennizzo; 2) noi mettiamo in guardia le masse dalla demagogia del Fronte popolare che, sostenendo a parole la nazionalizzazione, resta in realtà un agente del capitale; 3) noi facciamo appello alle masse affinché facciano affidamento solo sulla propria forza rivoluzionaria; 4) noi leghiamo la richiesta di esproprio a quella della presa del potere da parte degli operai e dei contadini”. (Trotsky - Programma di transizione)
E' con queste parole che noi, militanti della sezione sarda del Partito di Alternativa Comunista - sezione italiana della Lega Internazionale dei Lavoratori, torneremo in questa come nelle altre zone industriali e torneremo dai compagni operai della INEOS.
Non per una generica solidarietà di classe, ma perché vogliamo concretamente, con loro, uscire dalla crisi, ed entrare nella lotta.

Federico Angius

 

 

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